a cura di Marco L. Bellani – Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi dell’Insubria ASST Sette Laghi, Varese e Società Italiana di Psico-Oncologia (S.I.P.O.)

Correva l’anno 2019. Il 31 dicembre le autorità cinesi segnalarono l’emergenza di una misteriosa forma di polmonite con epicentro a Wuhan, città cinese della provincia di Hubei. Nel gennaio 2020 esperti cinesi identificarono l’agente eziologico responsabile ovvero un nuovo virus denominato 2019-nCOV, facente parte della famiglia dei coronavirus (come la Sars e il raffreddore) e la cui trasmissione avveniva tramite contagio interumano.

Il governo italiano sospese tutti i voli da e per la Cina e il 31 gennaio confermò i primi due casi di contagio sul nostro territorio (due turisti cinesi) dichiarando poi lo stato di emergenza sanitaria nazionale.

L’11 febbraio l’OMS modificò il nome del nuovo virus (Severe Acute Respiratory Syndome Coronavirus 2 – SARS-COV2) e la malattia da esso causata venne per la prima volta denominata ufficialmente COVID-19.

Il 21 febbraio, un uomo di 38 anni residente a Codogno, risultò positivo al coronavirus e venne indicato come il cosiddetto “paziente 1”. Nel giro di poche ore venne registrata la positività di altri 14 persone e avvenne il primo decesso di un uomo di 78 anni di Vo’ Euganeo.

Il 23 febbraio scattò per la prima volta l’istituzione delle “zone rosse” tra Lombardia e Veneto, con divieto di circolazione nei territori colpiti e di ogni forma di aggregazione in luoghi pubblici e privati.

Il 9 marzo il governo estese le misure di contenimento a tutta l’Italia e l’intero Paese, primo al mondo, entrò in lockdown (cosiddetta Fase 1).

Non possiamo altresì dimenticare l’impatto devastante delle immagini degli operatori sanitari stremati, di desolazione dei Comuni posti in isolamento e dei camion dell’esercito carichi di bare dirette ai crematori.

Ci rendemmo conto, in tutta la sua drammaticità, che non si trattava di una “semplice influenza” ma che l’outbreak pandemico iniziava ad esercitare una drammatica ed insostenibile pressione sull’intero Sistema Sanitari Nazionale.

Fu necessaria una riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera e territoriale: potenziamento delle risorse, incremento dei posti letto dei reparti direttamente coinvolti nell’assistenza ai malati di COVID-19 (terapie intensive, pneumologie, malattie infettive), potenziamento delle strategie di sanità pubblica volte al contenimento della diffusione dell’epidemia. Al contempo le attività ambulatoriali e di ricovero vennero classificate in “non procrastinabili” (erogate in sicurezza e secondo le consuete tempistiche) e “procrastinabili” (sospese e da riprogrammare successivamente).

Per la prima volta si cominciava a sperimentare un’emergenza per la quale non si avevano conoscenze, in cui le “certezze” fino a quel momento acquisite venivano scardinate e che ben presto avrebbe mostrato tutte le sue drammatiche conseguenze in ogni ambito (sanitario, sociale, economico-finanziario e politico) e in ogni dove.

Muovendo da questi scenari, di seguito descriveremo brevemente i vissuti psicologici ed i quadri di sofferenza psichica che hanno sperimentato le persone affette da patologie oncologiche ed oncoematologiche nonché i loro familiari e come la Psico-oncologia non abbia mai smesso di fornire un supporto specialistico in tutte le fasi della malattia.

Nel periodo marzo-giugno 2020, durante la fase acuta dell’epidemia, nonostante smentite e rassicurazioni, le strutture di Oncologia e di Onco-ematologia cominciarono progressivamente ad essere ridimensionate e dovettero  riprogrammare tutte le attività cliniche considerate non urgenti, come strategia protettiva nei confronti dei malati per ridurre i rischi di contagio. Secondo i dati riportati da ACOI e da AIOM, si sono verificati ritardi e rinvii di interventi chirurgici per tumore e delle visite per una prima diagnosi, un differimento o cancellazione dei trattamenti, una riduzione delle visite di controllo dei pazienti in follow-up nonché un rallentamento dei programmi di screening oncologici. Molti pazienti si sentirono completamente abbandonati, lamentando la mancanza di un rapporto diretto e rassicurante con il proprio curante di riferimento, anche se mitigato dalla telemedicina che, in molti casi, ha consentito la tempestiva discussione degli esami di laboratorio e strumentali nonché di eventuali segni e sintomi di malattia.

Pazienti e familiari hanno così cominciato ad affrontare progressivamente due traumi cumulativi: quello dovuto allo stato della propria malattia (con la necessità di intraprendere o proseguire i percorsi diagnostico-terapeutici ed assistenziali previsti) ed il carico psicologico aggiuntivo legato alla pandemia conseguenza della necessità di evitare il contagio da COVID-19 con le sue conseguenze di malattia.

Gli iniziali sentimenti di incredulità (“non è possibile”), di negazione (“non esiste”) e di fiduciosa speranza (“andrà tutto bene”) lasciarono presto il posto ad un crescente senso di vulnerabilità e di incertezza, di minaccia e di paura, di isolamento e di abbandono. Sentimenti che cominciavano a non potere essere più gestiti con i consueti meccanismi psichici e le usuali risorse personali.

La paura di recarsi in ospedale per le visite e i follow-up – in quanto percepito come luogo non sicuro – la preoccupazione di non ricevere un trattamento adeguato per via di risorse distribuite in base ad altre priorità, l’ansietà di non potere accedere alle Strutture per trovare risposte alle diverse necessità, il rischio di non potere proseguire i trial clinici secondo i tempi stabiliti, come pure il non potere essere accompagnati durante le visite o l’essere ricoverati in ospedale privati della cerchia di familiari ed amici, sono i principali fattori di ansia e distress riportati nei colloqui.

Fonte altrettanto importante di preoccupazione ed angoscia, fu la percezione dei malati di sentirsi “a rischio”: non soltanto per se stessi (perché  più “vulnerabili” e “fragili” a causa del loro stato di immunodepressi o delle loro condizioni di salute) ma anche per gli altri (paura di essere veicolo di contagio).

Dall’analisi di quanto emerso dal punto di vista psicologico nella “fase 1”, si evidenzia che in molti casi gli elevati livelli di sofferenza psichica riscontrati, per quanto giustificati da minacce concrete, siano state anche il risultato di una vera e propria esacerbazione di pregressi livelli di distress o di disturbi psichici non “intercettati” nelle precedenti fasi di malattia (mancato o inadeguato adattamento), fondamentalmente per la scarsa presenza di psico-oncologi nelle diverse Strutture oncologiche ed onco-ematologiche ovvero per la quasi pressoché totale assenza di Servizi di Psico-Oncologia. Il COVID-19 ha così riportato alla luce antiche necessità, spesso riconosciute ma mai affrontate con serietà di intenti e con la reale volontà di porvi rimedio.

Per cercare di rispondere concretamente alle richieste di supporto psico-oncologico durante questa fase della pandemia da COVID-19, la Società Italiana di Psico-Oncologia (S.I.P.O.) ha profuso impegno e risorse straordinarie per mantenere elevati standard nella cura psicosociale di malati, caregiver, familiari ed operatori sanitari, anche attraverso la collaborazione con le diverse Società scientifiche e partnernariati con le Associazioni dei malati e di volontariato e con le istituzioni politico-sanitarie.

In particolare, è stata realizzata una rete di Servizi di help-line (145 centri distribuiti sull’intero territorio nazionale) ai quali è stato possibile rivolgersi fino al giugno 2020 per ottenere un supporto specialistico da parte degli psico-oncologi di S.I.P.O. (https://covid19.siponazionale.it), la quale è stata pertanto inserita tra le società scientifiche comprese nell’elenco di secondo livello del Numero Verde di supporto psicologico attivato dal Ministero della Salute.

La strutturazione di interventi psico-oncologici attraverso help-line finalizzate a prima accoglienza/triage, tele-supporto psicologico individuale e interventi psico-educazionali o psicoterapeutici internet-based, si sono dimostrati assolutamente indispensabili ed efficaci e hanno consentito l’accesso a malati e/o familiari appartenenti a realtà territoriali del tutto sprovviste di risorse psico-oncologiche.

L’arrivo della primavera e dell’estate parve un invito a riprendersi la vita dopo il doloroso lockdown dei mesi precedenti. I dati confortanti della curva epidemica, l’indice Rt stabilmente sotto il valore 1, le terapie intensive che si stavano svuotando e la riconversione dei posti letto riconquistati al COVID-19: tutto sembrava ricondurci lentamente alla normalità, anche se l’impatto delle misure restrittive continuava a mostrare i suoi effetti devastanti sulla società, con l’aumento della povertà e un sempre più crescente e diffuso disagio sociale.

Per quanto riguarda le cure oncologiche ed onco-ematologiche, le Associazioni dei pazienti e le diverse Società Scientifiche all’unisono riflettevano sui danni provocati dalla fase di emergenza e sulle gravi lacune evidenziate nel settore della sanità pubblica, della medicina territoriale e della capacità di fare fronte alle gravi emergenze nella totale assenza di una cultura della gestione delle crisi. Forte era (e rimane) il richiamo a ridisegnare i livelli di assistenza, cercando di guadagnare il tempo perduto nel ripristinare tutti i percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali, attuando un più adeguato funzionamento delle reti oncologiche ed ematologiche regionali ed invitando i pazienti a rivolgersi con rinnovata fiducia alle strutture di riferimento grazie ai protocolli specifici per la protezione dal contagio da COVID-19. Il tutto per non compromettere i successi ottenuti nella prevenzione e nella cura del cancro e comunque senza tralasciare le iniziative per la tutela dei diritti di pazienti, familiari e caregiver nei già noti ambiti.

Nella “fase 2” la Psico-oncologia si è dovuta confrontare con diverse aree di intervento: prevenire il rischio di sviluppare il distress psicologico legato alle paure dovute alle difficoltà di questa e della precedente fase; attuare interventi mirati a contenere e curare gli effetti dei disturbi peri-traumatici e post-traumatici (compresi i casi di lutto complicato per impossibilità all’elaborazione); fornire supporto per favorire strategie di adattamento alla malattia e di ripresa verso una nuova e diversa “normalità” (a livello individuale, familiare, interpersonale, sociale e lavorativo); promuovere sia l’empowerment e l’auto-efficacia di malati e familiari sia una stretta collaborazione con le strutture oncologiche e con le realtà psico-sociali presenti sul territorio; offrire spazi di supporto per il personale curante chiamato ad operare in un contesto fertile per l’insorgenza di burnout, traumatizzazione vicaria e altri disturbi correlati a eventi traumatici, all’impotenza e al di-stress.

Nei primi giorni di ottobre 2020 in Italia esplode la prevista seconda ondata: la curva epidemica riprende rapidamente a salire e le strutture sanitarie vengono nuovamente prese d’assalto dai pazienti COVID. Si prospetta la terribile minaccia delle varianti del virus che aumentano le possibilità di contagio e innalzano sensibilmente la curva di mortalità.  L’impatto delle nuove misure restrittive aggrava la situazione economica e sociale del Paese.

L’obiettivo di ripristinare in ambito oncologico i livelli di assistenza precedenti al diffondersi dell’epidemia e a provvedere al necessario riordino del SSN segna una battuta di arresto.

Le paure e le preoccupazioni vissute dai malati oncologici nelle fasi precedenti ora si concretizzano in una serie di dati (Documento FOCE, aprile 2021) che sono l’espressione di una “catastrofe annunciata”: circa il 20-30% dei trattamenti oncologici sono stati ritardati se non cancellati e c’è stato quasi un azzeramento dei controlli dei pazienti in follow-up; gli interventi chirurgici per tumore sono stati ritardati o cancellati per l’occupazione dei posti in terapia intensiva. Tutti questi fattori sono implicati nelle cause di un aumento della mortalità legata a patologie non COVID registrata nei mesi precedenti. Secondo un Report dell’Osservatorio Nazionale Screening (2021), si è avuta una riduzione complessiva di oltre 1.4 milioni di test di screening rispetto al 2019. Il numero dei test mammografici si è ridotto del 53.8% con una netta diminuzione di nuove diagnosi di tumore al seno e con un ritardo diagnostico medio di 2.7 mesi. Nel caso del colon-retto i test di screening eseguiti in meno ammontano al 54.9%, il numero di carcinomi non diagnosticati è stimato superiore a 600 e il numero di adenomi avanzati non identificati raggiunge quasi il numero di 4.000. Anche per quanto riguarda il cancro della cervice uterine, le stime indicano una riduzione del 55.3% dei test di screening eseguiti, con oltre 1600 lesioni in meno rilevate e con un tempo di ritardo medio di 2.8 mesi.

Il rischio, pertanto, è che ci saranno diagnosi più tardive, con riduzione delle percentuali di guarigione e aumento della mortalità.

Questi dati sono aggravati dal fatto che non tutte le Regioni hanno riavviato le attività cliniche, che molti pazienti hanno interrotto la fase diagnostica o le cure e che meno di un terzo delle strutture riesce a garantire a pieno regime la chirurgia generale di elezione. Da non sottovalutare, infine, che molti pazienti sono impossibilitati o rinunciano a rivolgersi a strutture di cura situate al di fuori della loro regione di appartenenza dove avrebbero potuto ricevere trattamenti più adeguati.

L’incombenza della cosiddetta “sindrome della spada di Damocle”, che rende pervasiva la minaccia dell’avanzamento della malattia oncologica e della morte, sembra non trovare un valido contenimento nella speranza di avere a disposizione un vaccino, sia per la mancata disponibilità delle dosi necessarie, sia per la messa in dubbio della reale efficacia di alcuni a fronte di possibili, gravi, effetti collaterali. Paura e sconcerto dilagano altresì a causa dell’aberrante ritardo con cui viene accolta l’istanza rivolta all’Autorità Centrale di anticipare le procedure vaccinali ai pazienti fragili, compresi quelli oncologici ed onco-ematologici.

Per quanto possa sembrare scontato, non possiamo dimenticare, da ultimo, che l’inesorabile aumento della disoccupazione e della povertà rappresenta un ulteriore aumento del “carico psichico” pagato da malati e familiari che hanno subito la chiusura forzata delle proprie attività commerciali: in alcuni casi la disperazione per il tracollo finanziario (ovvero per la perdita di uno “status” di una vita intera) supera di gran lunga ogni preoccupazione per la malattia in atto o per le cure interrotte, diventando così preferibile morire piuttosto che continuare a vivere in simili condizioni.

Il perdurare di questi scenari che, prepotentemente ed in modo violento ed imprevedibile, minacciano l’integrità fisica e il senso di sopravvivenza di persone già duramente colpite dalla malattia, rende la conseguente lacerazione mentale uno stato ormai cronico di Trauma, difficile da contenere, da elaborare e da “espellere”: esso mina le capacità di adattamento al vivere quotidiano, fiacca la volontà di riattivare la progettualità futura e l’impegno verso le cure e mostra la fenomenologia sintomatologica di una grave sofferenza psichica.

Al termine di queste brevi note, espressioni delle “voci” dei pazienti raccolte dagli psico-oncologi in questi mesi di pandemia da COVID-19, trovano spazio alcune riflessioni operative che possono guidare la governance sanitaria anche quando ci sarà  un ritorno alla “normalità”.

Tutto ciò che è avvenuto/avviene nel contesto della pandemia da COVID 19, che ha sconvolto l’andamento del mondo sotto ogni punto di vista, ha trasformato ciò che sembrava certo e sicuro e che ci faceva sentire al riparo dai colpi della vita, in un angosciante interrogativo sulla nostra vera natura esistenziale ovvero sulla nostra condizione di esseri mortali, impregnati di un’intrinseca fragilità strutturale ulteriormente squassata dai cedimenti di una mente che già tanto ha fatto per fare fronte ad altri “incidenti di percorso” della vita quali la malattia oncologica.

Questa nuova ed improvvisa emergenza, trasposta nell’assistenza alla persona con malattia oncologica ed onco-ematologica e ai suoi familiari, ci ha obbligati a riflettere – ancora una volta – sull’importanza del concetto di “prendersi cura dell’altro”: molto più profondo e complesso rispetto al semplice “curare”, è il principio al quale tutti gli operatori sanitari devono essere formati per meglio adeguare i propri strumenti nelle situazioni di crisi. Per esempio, abbiamo constatato come la duplice possibilità di mantenere i colloqui clinici sia in presenza che a distanza abbia potuto assicurare alla persona malata la continuità di un supporto professionale che l’ha fatta sentire al sicuro perché co-protagonista del processo di cura.

I colloqui vis a vis sono stati mantenuti per tutte quelle persone che sentivano l’esigenza della presenza fisica dello psico-oncologo e per coloro che erano impossibilitati a trovare uno spazio domestico riservato da cui potersi collegare e in cui potersi esprimere liberamente.

Per i malati oncologici colpiti da COVID e ricoverati in isolamento, il colloquio psicologico ha costituito un punto fermo all’interno di un contesto denso di vissuti spazio-temporali di sospensione tra la dimensione del reale e quella dell’irreale, interrompendo a volte una significativa tendenza alla “ruminazione” e recando conforto ad un’angoscia di morte alimentata da isolamento e solitudine e dalla consapevolezza della propria “fragilità”. La costruzione di una relazione di fiducia con l’equipe sanitaria ed il supporto psico-oncologico si sono spesso rivelati fattori protettivi rispetto ad un temuto “crollo psichico”.

La possibilità di avvalersi di nuove tecnologie on-line per la conduzione dei colloqui psicologici o per il prosieguo delle psicoterapie intraprese ha rappresentato sicuramente un’innovazione. Molte perplessità, forse pregiudizialmente costituite (ovvero senza la prova della verifica), hanno lasciato il posto, sia pur con alcuni limiti, al disvelarsi di un’efficacia terapeutica inaspettata e consentito un buon mantenimento della relazione terapeutica, fattori in grado non soltanto di dare supporto ma anche capaci di ridurre i sintomi d’ansia e di deflessione del tono dell’umore.

Oggi si mantiene molto forte la richiesta di potersi dotare di valide strumentazioni tecnologiche che possano essere sempre più frequentemente impiegate nella pratica clinica, in una sorta di reciproca utilità con il tradizionale colloquio vis a vis in cui mimica, gestualità, contatto visivo, postura, prossemica, etc. sembrano essere ingredienti fondamentali della relazione umana e di quella terapeutica in particolare. La potenzialità veicolata dagli strumenti tecnologici ha aperto approfondimenti per un loro utilizzo più estensivo, anche al di fuori cioè dalle situazioni emergenziali, per potere effettivamente verificare se l’utilizzo di questi mezzi sia realmente funzionale, in termini di costi benefici, sia di tipo economico e di ottimizzazione delle risorse e dei tempi di lavoro per i servizi sia,, soprattutto, per rispondere ai bisogni assistenziali dei soggetti definiti come “fragili”.

I colloqui da remoto si sono altresì rivelati fondamentali per garantire un supporto ai familiari coinvolti nel processo di cura dei loro congiunti, restituendo così possibilità di ascolto e di conforto laddove il virus ha interrotto i legami relazionali costringendo all’isolamento, alla paura, all’angoscia.

In un contesto organizzativo così fortemente modificato, l’intervento psico-oncologico ha rappresentato il completamento di un percorso di cura in cui, attraverso la narrazione nonché l’espressione ed il contenimento di emozioni e vissuti, è stato possibile dare/ridare significato e senso alla storia delle persone, portando bel oltre il mero concetto di “malattia o corpo da curare”.

Ci si chiede altresì quale sarà l’impatto che distanziamento, quarantena, isolamento fisico-psichico ed esperienze post-traumatiche hanno e potranno avere sulla psiche delle persone affette da patologie oncologiche ed onco-ematologiche. Ma per non commettere il solito errore di farci trovare impreparati, sembra opportuno approvare provvedimenti che garantiscano alle strutture proposte le risorse necessarie per attuare efficaci misure di prevenzione e di terapia.

E’ un fatto che molte persone abbiano manifestato alti gradi di distress legato al cancro o agli effetti del COVID, a volte sostenuti da esperienze dirette personali o familiari (configurandosi quindi come vittime di primo o di secondo livello). Non possiamo tuttavia dimenticare – ed anche questo è un fatto – che, più spesso, un vero trauma è derivato dai contenuti di messaggi trasmessi attraverso i media alla comunità (vittime di quarto livello), sovente non vagliati con accuratezza e contraddittori (“infodemia”). In un contesto di emergenza è allora fondamentale che gli psico-oncologi siano coinvolti estendendo il loro intervento dal livello dell’individuo e della famiglia a quello della comunità, in qualità di esperti nella costruzione dei messaggi comunicativi rivolti alla popolazione.

Di pari importanza è il supporto all’elaborazione del lutto, ovvero di un fenomeno che ai tempi del COVID ha assunto caratteristiche tali da non consentire ai malati oncologi o ai familiari di usufruire di quelle risorse individuali e collettive che invece, come sappiamo, possono facilitarne l’elaborazione. Di qui la necessità di una formazione mirata degli operatori non soltanto alla gestione dei disturbi da stress post-traumatico ma anche da lutto “complicato”.

Da ultimo, l’attività di supporto svolta dagli psico-oncologi a favore degli operatori sanitari nelle diverse fasi della pandemia, evidenzia come oncologi e personale sanitario siano esposti a un alto livello di distress psicologico oltre che somatico. Fattori di rischio come l’impotenza, l’isolamento sociale o, in alcuni casi la colpevolizzazione e la discriminazione (dopo essere stati acclamati “eroi”), come pure la paura e la preoccupazione di contagio per sé e per i propri familiari (ancor più in presenza di figli piccoli), possono condurre l’operatore sanitario a un vero e proprio breakdown psicologico. L’aumentato carico di lavoro riduce altresì il confronto con i colleghi e il rapporto con i pazienti cambia radicalmente. È tutt’altro che infrequente il riscontro di situazioni in cui sono necessari interventi psico-oncologi mirati: gestione dei vissuti di rabbia, ostilità, frustrazione, senso di impotenza, etc. e e presa in carico terapeutica dei quadri clinici di ansia e  depressione, somatizzazioni, insonnia e disturbi da uso di sostanze (caffeina, tabacco o sostanze stupefacenti).

L’ultima voce è quella che – ancora una volta – si leva per vedere riconosciuto il diritto delle persone con malattie oncologiche ed oncoematologiche e di chi sta loro accanto nell’assistenza a potere usufruire degli interventi psico-oncologici durante l’intero decorso del processo di cure.

La proposta, che qui nuovamente si ribadisce, è quella di garantire una presa in carico psico-oncologica su tutto il territorio nazionale così da rispondere ai bisogni dei pazienti e dei loro familiari, garantendo pari dignità sia alla componente diagnostico-terapeutica che a quella assistenziale (psicologica e sociale).

Sappiamo ormai da anni che un’inesistente o ridotta presa in carico psico-oncologica comporta, oltre che un inaccettabile aumento della sofferenza per una prioritaria ma insoddisfatta necessità di accudimento psicologico (Tribunale del malato, 2012), anche un aggravio della spesa sanitaria, dovuta al fatto che il disagio emotivo determina un aumento dei tempi di degenza nei reparti, un maggiore ricorso a visite di Pronto Soccorso e presso i Medici di Medicina Generale o gli specialisti privati, nonché incremento di accertamenti clinico-strumentali dettati non già dalla realtà della malattia oncologica ma da esigenze di sofferenza psichica.

Peraltro, numerosi ed importanti studi di meta-analisi, pubblicati sulle più importanti riviste di Oncologia, hanno dimostrato come la presenza di problemi emozionali (ansia protratta, depressione persistente, stress cronico) comporti una ridotta adesione ai trattamenti medici, un drammatico peggioramento prognostico della malattia oncologica ed un incremento della mortalità.

Sappiamo che la spesa oncologica è tra le più rilevanti in ambito sanitario nazionale ed è sostanzialmente mirata ad un aumento quantitativo della sopravvivenza e ad un miglioramento della Qualità di Vita: svilire tale progresso, svuotandolo della componente qualitativa della riduzione del disagio emozionale, significa anche minare la capacità terapeutica dell’Oncologia stessa rispetto agli obiettivi da essa perseguiti.

Il costo diretto del mantenimento e del potenziamento della Psico-oncologia si concretizza in un risparmio indiretto, già nel breve e medio termine: studi statunitensi hanno quantificato in 7 $ il risparmio derivante da ogni dollaro investito nell’assistenza psicologica.

Una delle lezioni apprese dalla pandemia da COVID-19 è sicuramente la necessità di un rafforzamento del nostro SSN: in esso deve trovare posto una vera e definitiva attuazione programmatica che, pur tenendo conto della sostenibilità degli interventi, rispetti il diritto alla salute – fisica e psichica – delle persone affette dal cancro e da malattie onco-ematologiche, come pure di familiari, caregiver ed operatori, di modo che la Psico-oncologia (disciplina specifica e specialistica) non sia più considerata un lusso ma una necessità.

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13° Rapporto - Capitolo 19

Un anno di Covid-19: voci dalla psico-oncologia