a cura di G. Amunni – Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica

In Italia abbiamo più di 3.500.000 casi prevalenti oncologici. Questo numero impressionante di cittadini costituisce una popolazione molto articolata con soggetti in trattamento attivo, o in vari momenti di follow-up, o con malattia cronicizzata o guariti.

L’insieme di queste persone esprime bisogni molto diversi che vanno dall’alta intensità assistenziale fino al solo supporto socio-sanitario.

Ad oggi la maggior parte delle attività oncologiche fanno riferimento alle sole strutture ospedaliere con una organizzazione che non sembra rispondere a pieno alla complessità delle esigenze dell’oncologia moderna.

L’ospedale, che si caratterizza sempre di più come struttura per acuti, rischia di avere un carico inappropriato sia sul piano quantitativo (numero di accessi) che qualitativo (prestazioni improprie). D’altro canto la storia naturale del paziente oncologico è fatta di brevi periodi ospedalieri legati soprattutto alla terapia e lunghe fasi domiciliari senza avere nel territorio riferimenti certi e strutturati.

Anche i bisogni socio sanitari che si determinano prima e dopo la dimissione ospedaliera non sono spesso supportati da una effettiva integrazione tra ospedale e territorio. Il mondo dell’associazionismo e del volontariato copre alcune di queste criticità, ma anche questa attività non è omogenea e soprattutto non è sempre riconosciuta e strutturata nei percorsi. La pandemia da COVID ha sicuramente rappresentato un banco di prova per esperienze di presa in carico territoriale del paziente oncologico. La necessità di ridurre gli accessi in ospedale, sia per la maggior fragilità di questi pazienti che per consentire l’espansione degli spazi COOVID, ha accelerato processi di innovazione organizzativa quali la domiciliazione di alcuni farmaci, l’utilizzo dei letti di cure intermedie, l’esecuzione di controlli di follow-up a livello territoriale, il ricorso alla televisita o al teleconsulto.

Si è riusciti a limitare il danno assistenziale dovuto al lockdown riducendo al minimo possibile le attività procrastinate potendo contare su luoghi al di fuori dell’ospedale per l’erogazione di alcune prestazioni.

Ora si tratta di fare tesoro di questa esperienza per ridisegnare un nuovo modello organizzativo per l’oncologia che superi la logica emergenziale e si ponga l’obiettivo di potenziare l’integrazione dei servizi territoriali con il sistema ospedaliero.

Sia Agenas (“linee di indirizzo organizzative e delle raccomandazioni per la rete oncologica che integra attività ospedaliera per acuti e post acuti con l’attività territoriale”) che Periplo (“progetto Smart-care per la riorganizzazione territoriale”) hanno iniziato a proporre nuovi modelli territoriali per l’oncologia.

Seguono alcune delle proposte su cui si basa la riorganizzazione futura dell’oncologia:

  • L’oncologia ospedaliera deve prevedere attività in proiezione territoriale
  • Si devono reclutare specialisti oncologi territoriali che operano in contiguità con il MMG e l’oncologia ospedaliera
  • L’ospedalizzazione domiciliare, i letti di cure intermedie, le articolazioni del cronic care model sono nuovi setting assistenziali su cui declinare i PDTA e i percorsi oncologici
  • Alcuni trattamenti, a basso impegno assistenziale, possono essere eseguiti a domicilio o in strutture territoriali
  • Il follow-up, come modello di medicina di iniziativa, si deve modulare tra MMG e specialista ospedaliero
  • Alcune attività, quali la psiconcologia, la riabilitazione, il supporto nutrizionale, le cure sintomatiche, lo screening e il sostegno sociale, trovano più appropriata collocazione in ambito territoriale
  • E’ necessario disporre di una infrastruttura telematica efficace e di una cartella clinica unica alimentata da tutti gli attori del percorso oncologico territoriali e ospedalieri
  • I Care giver e il volontariato oncologico sono parte integrante della equipe di cura e sono componenti formalizzate dall’unico dipartimento oncologico ospedaliero/territoriale.

Queste tematiche sono sempre di più all’ordine del giorno nel dibattito sulla riorganizzazione dei percorsi oncologici e necessitano di un impegno forte e articolato che coinvolga i pazienti e le loro associazioni, i MMG e gli oncologi, le reti, dove realmente presenti, e i decisori politici.

La discussione deve considerare non solo gli aspetti scientifici, ma anche quelli etico sociali; la fattibilità non può prescindere non solo dalla volontà politica, ma anche da un necessario investimento in termini di risorse umane ed economiche.

Le esperienze in essere, in alcune realtà regionali, possono essere un riferimento per tutto il territorio nazionale e devono essere costantemente condivise.

La prospettiva di una vera integrazione ospedale territorio nasce dalle reali esigenze del paziente oncologico (presa in carico in tutte le fasi del percorso), da una maggiore attenzione ai suoi bisogni (qualità della vita, sostegno sociale) e dalla coerenza con le modificazioni epidemiologiche in essere (cronicizzazione, polimorbilità e invecchiamento, diritti durante e dopo il cancro).

Infine dobbiamo aver presente che nel prossimo futuro ci troveremo di fronte ad un carico oncologico aumentato sia sul piano quantitativo (tumori non diagnosticati per sospensione degli screening o per riduzione degli approfondimenti diagnostici in fase di pandemia) che qualitativo (maggior incidenza di forme avanzate per ritardi diagnostici). Questo prevedibile quadro epidemiologico ci deve trovare pronti sia in termini di necessità di risorse aggiuntive che di opportunità di una profonda revisione della organizzazione dei percorsi oncologici.

Il tema dell’oncologia territoriale è sicuramente uno dei cardini di questa evoluzione organizzativa

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13° Rapporto - Capitolo 6

Oncologia Territoriale: una nuova opportunità per i bisogni del paziente oncologico