a cura di P.L. Bartoletti – FIMMG

Il ruolo della medicina generale nella gestione del percorso della malattia oncologica sino a pochi anni fa era del tutto marginale. La storia clinica delle neoplasie maligne, spesso, purtroppo, molto breve e le terapie utilizzate, soprattutto la chemioterapia, erano confinate in ambito Ospedaliero, inoltre la chirurgia oncologica non era come oggi in molte realtà, coordinata ed organizzata in centri multidisciplinari a loro volta organizzati in reti oncologiche, ma lasciata alla bravura od estrema specializzazione di professionisti od ospedali specializzati nella cura delle patologie oncologiche.

Un medico di medicina generale poteva essere direttamente interessato nella fase di individuazione della neoplasia, poi, dalla terapia chirurgica in avanti il riferimento era Ospedaliero, che gestiva anche le fasi legate alle complicanze post chirurgiche od agli effetti collaterali delle terapie antiblastiche in uso.

Oggi abbiamo invece una panoramica molto diversa rispetto al passato, molte chirurgie sono inserite in strutture multidisciplinari che grazie ad un lavoro coordinato di equipe, vedi Breast Unit, gestiscono tutte le fasi dal trattamento chirurgico alla gestione medica, al laboratorio, anche grazie a percorsi diagnostico terapeutici interni alla struttura che organizzano le varie attività.

Moltissime persone hanno una aspettativa di vita molto più lunga rispetto al passato e molte guariscono dal primo episodio, pur rendendosi necessaria una stretta sorveglianza medica.

Le terapie orali e domiciliari hanno sostituito in molti casi la chemioterapia e la radioterapia, o quantomeno l’hanno integrata.

L’Ospedale d’altro canto ha ridotto i tempi di degenza e migliorato le tecnologie chirurgiche, dimettendo già dopo pochi giorni dall’intervento malati che prima, invece, soggiornavano per settimane in ospedale. Ciò rende necessaria l’attualizzazione dell’organizzazione dei processi multiprofessionali, che almeno per quanto riguarda le patologie oncologiche dovrebbero rispondere ad alti standard clinici ed organizzativi, senza grandi variabili regionali, ma, anzi, proprio per l’elevato costo delle terapie e delle tecnologie in uso, come i robot, sarebbe auspicabile, visti anche i dati relativi alla sopravvivenza nelle diverse regioni italiane, una maggiore omogeneità organizzativa.

A partire da una fattiva e reale inclusione della medicina generale nell’interazione con le reti oncologiche regionali, spesso deliberate, ma meno comunicate, con protocolli di invio qualificato che consentano di avere, in caso di evidente sospetto di patologia neoplastica, quanto prima e senza liste di attesa, un consulto con lo specialista interessato ed uno slot di prestazioni dedicato. In questo sarebbe opportuno il pieno coinvolgimento aziendale e regionale, invece purtroppo, con rare eccezioni, spesso questo viene lasciato alla singola iniziativa tra professionisti.

Anche nella fase in cui si effettuano i primi trattamenti, almeno nei casi più difficili, sarebbe auspicabile un contatto diretto tra medico curante e medico specialista, anche attraverso la strutturazione di percorsi formativi sul campo che oltre a legittimare tale collaborazione ne evidenzino le enormi potenzialità formative. Dalla dimissione in poi, follow up, long term survivors, la collaborazione dovrebbe essere più stretta, non solo limitata alla prescrizioni di esami, visite e terapie, ma caso per caso, evidenziare e quindi sensibilizzare sia il curante che lo specialista a particolari problematiche relative alla gestione degli effetti collaterali dei farmaci, soprattutto in caso di comorbilità e politerapie, alla sorveglianza sull’aderenza alle terapie prescritte ed alle scadenze dei follow up richiesti.

Scarica questo capitolo in PDF:

Icona
12° Rapporto - Capitolo 7.1

Quale ruolo della Medicina Generale nella gestione del percorso della malattia oncologica, dai PDTA alle reti oncologiche regionali